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Perchè Banksy ha citato in giudizio il Mudec di Milano

Chiunque può utilizzare le opere di Banksy?
L’artista ha detto di no.

La Pest Control Office Limited, che tutela il marchio di Banksy regolarmente registrato, ha citato in giudizio la 24 Ore Cultura, società che ha organizzato “A Visual Protest”, la mostra in esposizione fino al 14 aprile al Mudec di Milano e dedicata al misterioso street artist, per violazione del copyright e vendita non autorizzata di merchandising.

I fatti risalgono a qualche mese fa ma la notizia è trapelata solo adesso e, considerando l’eccezionalità del caso e il mare magnum in tale materia legislativa, la sentenza è destinata a fare giurisprudenza. 

Il giudice del Tribunale di Milano ha negato le violazioni relative al materiale pubblicitario, considerato come informativo, cioè necessario a descrivere il contenuto dell’esposizione, ma ha riconosciuto l’irregolarità della commercializzazione dei prodotti sui quali era stato collocato il marchio, visto che si tratta di prodotti generici, senza specifico riferimento alla mostra.

E così da gennaio, il bookshop del Mudec ha dovuto ritirare dai suoi scaffali agendine, quaderni, cartoline, segnalibri e gomme, tutti brandizzati Banksy ma non autorizzati dall’artista o dalla Pest Control. In tribunale è stato portato anche il catalogo della mostra, per via delle riproduzioni fotografiche delle opere. In questo caso, la situazione è piuttosto contorta. Le opere riprodotte sono risultate regolarmente acquisite da privati dietro autorizzazione dello stesso Banksy e sono stati gli stessi proprietari a cedere alla 24 Ore Cultura il diritto alla riproduzione.

Ma non è stato possibile dimostrare che, con il diritto di proprietà, fosse stato ceduto anche quello di riproduzione dell’opera. Potrebbe allora venire compromesso il diritto dell’autore all’utilizzo commerciale della propria opera, visto che il catalogo del Mudec entrerebbe in concorrenza con altre pubblicazioni analoghe, autorizzate da Banksy. D’altra parte la Pest Control non ha potuto dimostrare di essere titolare dei diritti di riproduzione, perché implicherebbe la divulgazione del vero nome di Banksy. Dunque, nulla di fatto e il catalogo può rimanere al suo posto. Insomma, alla fine del match, il risultato è un sostanziale pareggio. 

Tempo fa, Banksy disse che il copyright era da perdenti ma questa mossa non è affatto in controtendenza con l’atteggiamento tenuto dall’artista che, nel corso di una carriera ormai lunga e sempre sulla breccia, ha dovuto fare i conti con decine di tentativi di sfruttamento della sua immagine a fini commerciali. Ma fino a ora, le uniche denunce provenivano dai suoi canali personali, dalle sue pagine social e dal suo sito. Questa volta, invece, si è passati alle vie di fatto. Un cambio di strategia? In questo caso possiamo immaginare che in molti stiano iniziando ad allertare i propri avvocati.

Di certo, da questo sentenza è proprio Banksy ad avere molto da imparare. Il procedimento ha infatti dimostrato che il suo marchio può essere protetto e usato in maniera molto limitata, principalmente per rilasciare certificati di autenticità. E questo è un evidente punto debole, che potrebbe essere contenuto, per esempio, affidando la vendita dei suoi prodotti a una società commerciale specializzata. Un’azione che, però, potrebbe essere considerata antitetica al messaggio trasmesso dalla sua arte.

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